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The Pepi Band ed il loro remake, “Repanic”.

Qualche settimana fa in redazione è arrivata una mail a noi molto gradito, si trattava di “Repanic” il remake da parte di alcuni (non pochi) artisti siracusani che si son cimentati nel riarrangiare e dare un tocco di originalità ad i brani dell’album “Panic” della Pepi band. Un esperimento per noi abbastanza riuscito! Buona lettura!

“RePanic” è un album dal sapore squisitamente eterogeneo, trasversale, e per certi tratti pure metastorico: la Pepi Band sembra non conoscere frontiere temporali né musicali – s’intenda in relazione alla fattispecie del rock e dei propri sottogeneri – , supportati anche dal brillante lavoro di remixing della cerchia di artisti a cui è stata affidata l’incombenza. Si tratta, fuor di dubbio, di un progetto permeato di tensione verso la ricerca e la sperimentazione; è altresì evidente la volontà di beffare le “colonne d’Ercole” del mercato musicale, tristi e attualissime cristallizzazioni della forza compositiva di una band in uno/due generi. Quel che la Pepi Band non è riuscita a beffare, però, è il rischio simmetrico al fascino della pluralità dei generi: lo spaesamento. Seppur risulti piacevole ascoltare una così diversificata realtà di suoni, è inevitabile che l’ascoltatore tenti di individuare un leit motiv, una ciclicità che possa porre in relazione (sia essa estetica, tematica o lirica) la prima e l’ultima traccia del lavoro, dando forma e giustificazione alle altre. Certo, non si tratta di un concept; ma all’ascoltatore – così come al lettore – piace scorgere un motivo di fondo, ancor di più nel caso di uno scuro e variegato dettato come quello di RePanic. Traslando la faccenda sul piano della singolarità dei brani, quasi tutti appaiono molto originali (sia a livello compositivo che di sonorità in re-mastering), anche se non mancano pecche strutturali qua e là. La prima traccia, “Personal Pepi”, è una dolce e semi-struggente ballad che ricorda la voce e le chitarre acustiche di David Gilmour: è il biglietto da visita della band, alfiere dello stesso romanticismo unplugged di “Helen”. La stessa “Helen”, è brano che fa da Mesopotamia tra questo e un più amaro gusto romantico à la Smashing Pumpkins (“It’s you / you useless mind”). Un’altra sfumatura di Billy Corgan – quello di “Tales of a Scorched Earth” – appare ritornare nella seconda traccia, “5%”, forse la meno riuscita in termini di interpretazione e suoni (il rullante ricorda quello dell’attacco di “St.Anger” dei Metallica). La terza canzone, “Pretty”, è paladina della meravigliosa a-temporalità del disco: la voce rauca e leggermente effettata, un basso pieno e presente che risponde al ritmo martellante di timpano e rullante, richiamano certe produzioni degli MGMT o dei Tame Impala, figli del recentissimo indie anglo/americano/australiano. “I Like Fasolino” ha una struttura più lineare ma per niente banale: ottimi gli abbellimenti nel fraseggio immediatamente successivo al ritornello, interessante la metrica irrispettosa nella prima parte della strofa. “Sicily” e “Sbacanta” sono forse le più elettroniche e sperimentali: notevole la modalità di incastro degli accenti tra batteria e basso/chitarra nella seconda, piacevolmente ossimorica la giustapposizione di loop e chitarre acustiche nella prima. “Andrea” – una delle migliori – dà continuità al motivo elettronico delle tracce precedenti, strizzando l’occhio ad una sfera di arrangiamenti molto (davvero molto) prossima a quella dei nuovi Placebo. “Bipede”, retta dall’impeto di chitarre piene di crunch, riprende l’indie di “Pretty”. L’ultima, “Eyes”, è una canzone quasi country, ideale e sufficientemente serena per chiudere l’album.

A cura di Lorenzo Giannì.

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