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Giudah si racconta

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Giudah è una band che adesso conosceremo meglio come cantautore solista. Il suo ultimo album “Failures” di freschissima uscita ci ha colpito (abbastanza). Per questo motivo abbiamo deciso di scambiare due parole con lui. Buona lettura.



Com’è nato il tuo progetto?

Giudah! Era nato come una valvola di sfogo durante la produzione del disco della band con cui suonavo, i Mary goes to Vietnam. Dopo quasi due anni di studio sentivo la voglia di fare qualcosa di completamente opposto, sia come sonorità, sia come metodi di lavoro. Così grazie al mio lavoro in televisione, ho iniziato a fare delle sigle per alcuni programmi, iniziando a prendere confidenza con l’uso di sintetizzatori e campioni. Poi è stato solo un lavoro di unione tra la musica che ne usciva e la composizione, diciamo, vecchio stile, quindi destrutturare canzoni con chitarra e voce e piegarle al beat. Quali sono state le tue influenze principali?

A dire il vero non avevo ancora una cultura inerente all’elettronica, quindi non ho avuto artisti da prendere a riferimento. Le uniche cose più o meno elettroniche che ascoltavo erano i Massive Attack o i Mars Volta. Quindi non avevo il paletto psicologico del dire: “Ah no, sta cosa suona troppo tipo…”

Perchè ero completamente ignorante in materia. Solo dopo la creazione delle prime canzoni ho iniziato ad ascoltare roba tipo dubstep o i Modeselektor o Telefon Tel Aviv. Ma devo confessare che tutt’ora non sono molto ferrato sulle realtà della musica elettronica.



Parlaci del tuo ultimo disco, com’è stato pensarlo e realizzarlo in un periodo così complesso?

Failures inizialmente doveva essere un ep, tipo tre tracce ed era pronto già a fine 2019. Poi ci sono stati degli stravolgimenti interni, il covid, una serie di problematiche personali, un cambio di lavoro e nel frattempo le canzoni aumentavano. Canzoni tra l’altro molto diverse da quelle precedenti.

E come moltissimi altri musicisti anch’io ho procrastinato, tipo con la sveglia. (Posponi, posponi…) sempre con la speranza che le cose cambiassero. Poi però ho raggruppato il lavoro fatto e ho sentito il bisogno di dire “È finito!” E non importa come andrà, in fin dei conti non stiamo parlando dei Colplay; Non volevo sentirmi anche se solo idealmente “bloccato” in questo stallo, in questa apnea di speranza. Credo che sia un disco valido anche se lo ascolteranno solo dieci persone e credo che meritasse di “uscire”. Le canzoni poi, hanno un’età per chi le fa e queste parlano di adesso, di ora. Doggerel per esempio, non avrà senso a fine pandemia. Lo so, le probabilità di visibilità e di diffusione sono basse con i concerti bloccati, ma è parte del gioco, non a caso si chiama failures.



Cosa ne pensi dell’attuale panorama italiano?

Penso che ci siano un sacco di artisti strepitosi, specie nel limbo che chiamiamo underground o degli “emergenti” (etichetta che mi fa sempre sorridere) e che anche in questo momento siano usciti lavori che considero bellissimi. Il problema è che è difficile trovarli. Personalmente, collaborando con alcune etichette e rimanendo in contatto con le piccole webzine o le web radio, ho la fortuna di sentire cose nuove e molto interessanti, ma nei canali, passami il termine, “mainstream” il grosso è la solita fuffa ritrita che però si riesce ancora a vendere in quanto sicura ed in quanto saturante per diffusione. Ma chiaramente il problema siamo noi ascoltatori che siam diventati pigri.

Ci affidiamo agli algoritmi di spotify alla ricerca di qualcosa di nuovo e che ci piace, ma questi ci riportano ad ascoltare la solita fuffa, perchè il loro compito è vendere, si basa sui numeri, quindi a spotify e similia farà sempre più comodo portarti ad ascoltare i Coldplay che non Giudah!, chiaramente. Come a dire che anche la merda è buona se miliardi di mosche la apprezzano, parafrasando i Bachi da pietra e con tutto il rispetto per i Coldplay che porto solo ad esempio.
Ed è un peccato che piccoli artisti, band, producer, debbano essere costretti a far musica nel tempo che rimane dopo il lavoro o che a causa di questa pandemia in molti abbiano lasciato.

Poi, in generale, da quindic’anni a questa parte, ho notato una completa esclusività della lingua italiana, che va bene eh?! Non fraintendetemi. Ma penso che questa cosa sia diventata un dogma: In italia si fa musica in italiano. Ed è na fregnaccia. C’erano e ci sono artisti capacissimi in lingua inglese, qualcosa con cui entrare nel mercato internazionale. Per esempio Yuppie Flu, One dimensional man, A toys orchestra, Le prime cose di Elisa…


Quali sarebbero gli artisti con cui ti piacerebbe collaborare?

Ah beh… la lista sarebbe lunga. Mi piacerebbe lavorare con i Modeselektor per approfondire tutto ciò che ancora non
riesco a capire sulle strutture dei brani di elettronica. Vinicio Capossela, per la sua capacità di piegare qualsiasi cosa al suo stile. In generale questo sarà il mio prossimo passo, aprire a moltissime collaborazioni, magari
non saranno i sopracitati, ma di artisti che ammiro ce ne sono a dozzine anche nel raggio di cinquanta chilometri da casa mia.



Progetti futuri?


Spero vivamente che verso la primavera questa situazione si ristabilizzi e di riuscire a portare in giro le canzoni di Failures. Questa è la mia prima priorità. Poi, sono già al lavoro ad un progetto un po’ diverso, qualcosa legato alle
musicalizzazioni, una specie di colonna sonora per vite quotidiane. Non un disco, quindi, ma qualcosa di staccato. Qualcosa per dare continuità e senso a tutti quei lavori fatti per spettacoli teatrali, musiche per spot o video emozionali. E poi ci saranno altri brani di Giudah! Che già sono abbozzati.
Sempre che Giudah! Sopravviva, che sono tempi incerti questi.

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Giudah – 1
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Giudah – 2
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