Per questa recensione del disco Good Boy del progetto Beeside ci siamo avvalsi della collaborazione straordinaria di William Voi, sua la penna e le considerazioni.
Seguo Federico dalla sua prima pubblicazione, “Mood Spirals” (Redbirds/Seahorse) del 2012, e sono sempre stato un suo fan, da amante del fingerpicking e del folk acustico di matrice britannica.
Dalla sua biografia ufficiale, effettivamente, leggo che le principali influenze dirette, per così dire, siano proprio quelle d’oltremanica, da Nick Drak a Bert Jansch, fino a Fairport Convention e Pentangle, immagino.
Ma, a parte la pronuncia di Federico, chiaramente british, io sinceramente noto principalmente influenze che provengono da oltre oceano, Stati Uniti principalmente, soprattutto in questo ultimo lavoro, “Good Boy”, previsto in uscita il prossimo Maggio 2026.
Posso confermare con estrema schiettezza e senza possibilità di smentite (!) che questo sia il lavoro più diretto e completo del progetto Beeside, una sorta di compendio di tutto ciò prodotto dal nostro carissimo Federico.
C’è tanto “spazio”, inteso come livello cosmico, in relazione all’universo e agli astri, probabilmente una ricerca di evasione, come tendenzialmente l’arte, in qualunque forma, dovrebbe provare a raggiungere, a porsi come obiettivo principale.
In “All about the Moon”, per esempio, ho notato quasi un rigetto del pianeta terra e dei suoi abitanti (“not a trace of the human race”) e una visione idilliaca di un luogo pressoché sconosciuto, oltre che estremamente lontano (“on the moon everything feels sweet”), come se Federico preferirebbe affrontate l’ignoto pur di non aver a che fare con i suoi simili, ma è probabile che si tratti soltanto di una mia interpretazione, probabilmente errata, chissà.
Il lavoro scorre piacevolmente, nonostante una durata notevole (oltre 60 minuti) che, per l’ascoltatore medio contemporaneo, potrebbe essere ostica e respingente, ma per poter apprezzare la bellezza di certe opere, è necessario avere un alto grado di pazienza, fidatevi di me.
“Father Dear” mi ha letteralmente spezzato in due, un’emozione continua, non necessariamente negativa perché pur toccando tasti estremamente tristi e malinconici, profondi anche, resta comunque un brano positivo, a mio parere (“lucky me I’ve got you, and all the things that we do all the time, to pretend we’re just fine), certamente agrodolce, ma pur sempre con una vena di ottimismo, benché intimista (“learn to make proper use of my smile).
Ma veniamo all’elefante nella stanza: è impossibile non citare Elliott Smith, onnipresente in ogni nota di questo disco, nel fingerpicking, nello strumming, nei sussurri (“I wish I was invincible” in “Hometown”), negli anatemi laici (“everything you touch turns to shit” in “Everything you Touch”), una presenza estremamente evidente, ma mai invadente o prevaricante.
Qua e là, ho notato davvero tante altre influenze, tutte notevoli e di un certo calibro, da Neil Halstead (“Faith Healing”), a Micah P. Hinson (“Day After Day), al Conor Oberst in versione Bright Eyes (“Wasn’t There”), fino al grandissimo Sufjan Stevens (“Summer Break”); insomma, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto per chi, come me, ama i cantautori intimisti e viscerali, che riescono a evocare mondi interi, semplicemente con una chitarra acustica, due mani e una voce, nient’altro.
Cosa hanno in comunque tutti questi grandissimi cantautori? Be’, al di là dell’inequivocabile spessore artistico, la nazionalità: sono tutti americani, statunitensi per la precisione.
L’unico link con Nick Drake l’ho notato in “Back to Sleep”, ovvero il brano strumentale che chiude il disco, ma per chiudere anche questa recensione, devo necessariamente attestare l’assoluta bontà delle intenzioni del nostro Federico, perché nelle sue canzoni io ho sempre notato il suo inconfondibile marchio, il suo tocco unico, e la sua arte, assolutamente personale e priva di ammiccamenti a chicchessia, una dichiarazione d’intenti fin dal titolo, dove quel “Good Boy” potrebbe essere sia il cane in copertina o il cane che prega per il ritorno del suo padrone (“Prayer of a lonely Dog”), sia Federico stesso, con quella faccia da “bravo ragazzo”, con un cuore grande così e una capacità di smuovere testa e stomaco, come pochi.
“We were born to do something good” (“The End of the Century”)
Crediti
In collaborazione con Nesc’i Dischi uscita 1 Maggio 2025






