Abbiamo intervistato Enrico Marcucci in occasione dell’uscita del suo nuovo singolo “La scommessa”, a voi il risultato della nostra chiacchierata.
Ciao Enrico, benvenuto ai nostri microfoni, puoi raccontarci in breve della tua storia? Come nasce il tuo progetto musicale e la tua passione per la musica?
Era il giorno del mio compleanno. Non avevo ancora nove anni probabilmente ma già avevo appuntato la mia prima poesia, dedicata all’Angelo custode. Mio padre non poteva comprare la macchinina elettrica che alcuni miei amici avevano e che tanto desideravo così, mentre eravamo al Toys Center mi propose una chitarra classica della Bontempi, dato che lui anche un po’ sapeva suonarla. La settimana dopo ero a lezione di chitarra nella scuola di musica del mio paese ma ancora non bastava. Venivo da Nek, Lunapop, Eminem, ero davvero molto piccolo. Qualche mese dopo, mentre andavamo al mare, sempre mio padre infilò in macchina la cassetta dei Dire Strait dicendomi “Enrico, per favore, senti questo”. Da quel momento si è aperto un mondo che è andato di pari passo a svariate esperienze artistiche che tuttora porto avanti. Il punto di svolta però di certo è avvenuto quando ho scoperto i Radiohead. Devo anche aggiungere che mia nonna fin da piccolo mi portava a vedere opera lirica allo Sferisterio di Macerata. Ragazzi, sono un ragazzo abbastanza intenso…è complicato parlare in maniera specifica di tutto. Dovrei inserire dentro il mio percorso nell’ambiente delle riviste letterari, teatro, pubblicazione di poesie ecc ecc. Asciugherei e basta. Naturalmente lo dico con simpatia.
Quali sono state le tue influenze principali che hanno creato il tuo modo d’intendere la musica?
Fin da piccolissimo mia nonna mi portava a vedere opere liriche allo Sferisterio di Macerata. Nel frattempo accadeva che andando al Toys Center a comprare il mio regalo di compleanno i miei non potevano permettersi la macchina elettrica che tanto desideravo. Piuttosto mio padre che “suonicchiava” da giovane la chitarra me ne propose una della Bontempi e da lì ebbe inizio l’estasi e lo studio ma soprattutto avevo finalmente trovato un modo per esprimere qualcosa che non sapevo di me ma di cui avevo bisogno di parlare. Ricordo che poco dopo aver iniziato scuola di musica mi chiudevo in bagno a scrivere brani con i primi rudimenti di inglese delle elementari, tutto sbagliato e profondamente inquieto (In this day i’m gloom…?). Avevo fin da piccolo bisogno di esprimere le più recondite profondità di me stesso e il mezzo arrivò inaspettatamente, per necessità, come sempre. Mio padre e il fatto che la mia sia una famiglia di persone creative, ognuno a suo modo, senza aver mai fatto parte di ambiti artistici particolari, sicuramente sono alla base delle mie radici. Poi, da quando conobbi i Radiohead tutto divenne estremamente più chiaro.
Parliamo un attimo del tuo nuovo singolo “La Scommessa”, da dove nasce e come si è evoluto nella tua mente?
Il testo è nato anni fa in un momento di epifania interiore. Capitò che mentre ero in macchina e ripensavo ad un passato che mi aveva creato dolore e occultato la vista sul reale e su me stesso, ad un certo punto, qualcosa in me e nell’ambiente circostante (non so davvero) mi fece realizzare che tutto era al suo posto e che l’aver affrontato e superato certe difficoltà mi aveva reso migliore quando invece pensavo di aver fallito ovunque. C’è la frase di un poeta polacco, Oscar Milosz, che cita: “Tutto è dove deve essere e va dove deve andare secondo una sapienza che non è la nostra”. Sono una persona molto religiosa e credente ma più nel senso di Giacomo Leopardi e non legata ad alcun Credo specifico. Questa frase di Milosz direi che riesce a descrivere meglio l’epifania di quel momento.
Qual è il tuo processo creativo? Cosa da il via alla creazione dei tuoi brani?
La necessità di dare voce e forma a qualcosa che si presenta inaspettatamente e inevitabilmente come risposta ad una domanda molto più profonda. Senza averlo deciso. Risulterei noioso a spiegarne le dinamiche. E’ il modo in cui ho costruito passo dopo passo la mia esistenza. Banalmente, ma non troppo, ogni piccolo dettaglio per me conta, di qualsiasi tipo, nella misura in cui risveglia in me qualcosa di profondo e che mi riguarda non esclusivamente. Sarò all’antica ma ancora credo nel fatto che l’esperienza individuale per essere esposta debba comunque avere a che fare in qualche modo con il vissuto sociale altrimenti resterebbe solo un volo pindarico e autoreferenziale. L’opera d’arte in generale non la vivo come prodotto ma piuttosto come scoperta, è come essere artigiani di se stessi e l’opera e il processo creativo che la riguarda è strumento per conoscere meglio se stessi mentre lei stessa vive grazie all’intensità e al potere dell’intenzione da cui ha avuto origine. Probabilmente sono stato poco chiaro, o forse no.
Come vedi l’attuale panorama e con chi ti piacerebbe collaborare?
Risponderò con un’umiltà un po’ ambigua. Lavorando da tempo con diversi artisti più o meno emergenti, credo di aver dimostrato a me stesso di poter collaborare a doversi generi e ambienti musicali. Il fatto di fare musica per immagini, perciò qualcosa strettamente legato all’emozione mi porta a scegliere la musica prima che la persona. Lavorerei con chiunque stimando il mio lavoro e la mia creatività reputasse utile il mio contributo e le mie competenze.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Prima dell’estate o giù di lì uscirò con un mio nuovo Ep di 5 brani attualmente in fase di registrazione. Proporrà brani inediti che hanno una loro storia ben precisa attraverso le decadi della mia vita. Ho voluto ripartire proprio da loro perché mi risultavano veri dopo tempo ed erano loro stessi a chiedermi da anni di essere resi vivi. Non so ancora se pubblicherò a mio nome o sotto pseudonimo, ci sarà comunque una vera e propria band con sonorità distorte, elettronica e testi diretti. Al contempo, oltre alla parte strettamente lavorativa, sto lavorando ad un progetto per duo elettronico con un Dj a Milano.
Un carissimo saluto e speriamo a prestissimo! Enrico.






