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POSH “Choke on Your Secrets” – Intervista

I POSH si sono fermati a qualche centimetro dai nostri microfoni in occasione della promozione del loro nuovo album “Choke on Your Secrets”, questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Ciao, benvenuti ai nostri microfoni, prima domanda rompi ghiaccio, come nasce il vostro progetto?

I POSH nascono prima di tutto da un’amicizia, anzi, da qualcosa che somiglia molto a una storia di famiglia. Io e Salvo siamo fratelli, mentre Federico è stato compagno di banco di Salvo ai tempi delle scuole superiori. Abbiamo cominciato a suonare prestissimo, quando eravamo ancora adolescenti, e da allora, in un modo o nell’altro, non ci siamo mai fermati.

Siamo cresciuti insieme, musicalmente e umanamente, attraversando tutte le trasformazioni che inevitabilmente accompagnano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. La cosa curiosa è che, nonostante siano trascorsi più di vent’anni, quando ci ritroviamo in studio di registrazione continuiamo a riconoscerci in quei tre ragazzi che avevano semplicemente voglia di fare musica. Con molti meno capelli, a dire la verità, compensati però da una valanga di dischi ascoltati in più.

Siete attivi da tantissimo tempo, come si trova la forza e l’energia per “resistere” così a lungo?

Probabilmente il segreto è non aver mai considerato la musica qualcosa a cui dover resistere. Abbiamo attraversato gli anni fregandocene abbastanza delle mode, delle tendenze e di quello che, di volta in volta, sembrava necessario fare per essere al passo con i tempi. Non per presunzione, ma perché abbiamo sempre pensato che la musica dovesse prima di tutto rappresentarci.

Naturalmente siamo cambiati, come persone prima ancora che come musicisti. Sono cambiate le nostre vite, le responsabilità, le prospettive. Ma non è cambiato il piacere di ritrovarci a suonare insieme. Crediamo che la longevità di una band dipenda anche dalla capacità di non prendersi troppo sul serio, pur prendendo molto seriamente quello che si fa. E soprattutto dal fatto di avere ancora qualcosa da raccontare.

Quali sono state le vostre principali influenze musicali?

Siamo cresciuti ascoltando molta musica diversa, ma il rock britannico e americano ha certamente avuto un ruolo fondamentale nella nostra formazione. Dai grandi gruppi degli anni Settanta all’alternative rock degli anni Novanta, passando per il britpop e le sonorità più contemporanee. Ci hanno sempre affascinato le band capaci di coniugare energia, ricerca sonora e una forte sensibilità melodica.

Con il tempo, però, abbiamo imparato che le influenze devono rappresentare un punto di partenza, non un traguardo. Non ci interessa somigliare a qualcuno, per quanto quel qualcuno possa averci influenzato profondamente. Ci interessa piuttosto che, ascoltando una nostra canzone, si possa riconoscere qualcosa che appartiene soltanto ai POSH.

Il panorama sicuramente è cambiato parecchio dal 2000 ad oggi, come vi siete adattati ai tempi che cambiavano e come vi siete evoluti? Cosa ne pensate dell’attuale panorama rispetto al passato?

È cambiato praticamente tutto, soprattutto il modo in cui la musica viene prodotta, distribuita e consumata. Quando abbiamo cominciato, pubblicare un disco rappresentava un traguardo importante, e l’ascolto stesso richiedeva un’attenzione diversa. Oggi abbiamo a disposizione una quantità pressoché infinita di musica, accessibile in qualsiasi momento, ma paradossalmente sembra esserci sempre meno tempo per ascoltarla davvero.

Le piattaforme digitali hanno certamente democratizzato l’accesso al mercato, offrendo opportunità impensabili fino a qualche decennio fa. Allo stesso tempo, però, hanno contribuito a trasformare la musica in un prodotto dalla vita sempre più breve, spesso subordinato alle logiche degli algoritmi e della visibilità immediata.

Noi abbiamo attraversato questi cambiamenti senza preoccuparci troppo di assecondarli. Ci siamo evoluti musicalmente, abbiamo modificato il nostro approccio alla scrittura e alla produzione, ma siamo rimasti fedeli a un principio piuttosto semplice: fare la musica che ci piace, indipendentemente da quello che suggerisce il mercato.

Non pensiamo che il passato fosse necessariamente migliore. Ogni epoca ha avuto le proprie contraddizioni. Forse oggi è soltanto più facile pubblicare una canzone e molto più difficile fare in modo che qualcuno si fermi davvero ad ascoltarla.

Parliamo del vostro ultimo album, come nasce e cosa vi ha ispirato maggiormente.

Choke on Your Secrets è il nostro secondo album, dopo Port Out Starboard Home del 2022, e nasce dalla volontà di raccontare quello che siamo oggi, musicalmente e umanamente. È un lavoro che, anche dal punto di vista linguistico, guarda oltre i confini italiani. Cantare in inglese è sempre stata per noi una scelta naturale, legata alla musica con cui siamo cresciuti e al linguaggio sonoro che abbiamo sviluppato negli anni, ma anche al desiderio di rivolgerci a un pubblico internazionale.

È un disco di undici brani, più una traccia strumentale nascosta, nel quale abbiamo cercato di far convivere due aspetti che ci appartengono da sempre: una certa inclinazione alla malinconia e il bisogno di esprimerla attraverso l’energia del rock.

Il titolo, che potremmo tradurre poco elegantemente con un invito a tenersi per sé i propri segreti, racchiude buona parte dello spirito dell’album. Viviamo in un’epoca in cui sembra diventato indispensabile raccontare tutto di sé, esibire ogni emozione, condividere ogni pensiero. Noi siamo cresciuti con un’idea quasi opposta: che il mistero, la discrezione e persino le cose non dette abbiano un valore. Non tutto deve necessariamente essere spiegato o mostrato agli altri.

Le canzoni ruotano attorno a queste contraddizioni, ai rapporti umani, alle bugie che raccontiamo e che talvolta finiamo per raccontare anche a noi stessi. Happy Harmonics, il singolo che anticipa l’album, ne è forse un esempio significativo: dietro un titolo apparentemente rassicurante si nasconde una storia tutt’altro che felice, nella quale amore, disillusione e desiderio di libertà finiscono per confondersi.

Musicalmente abbiamo cercato di conservare l’immediatezza di un power trio, lasciando però spazio alle melodie e alle sfumature dei singoli brani. Non volevamo un disco necessariamente uniforme, ma un insieme di canzoni capaci di raccontare aspetti diversi della nostra identità.

In fondo, crediamo che la musica sia uno dei pochi luoghi in cui si possa raccontare molto di sé senza essere costretti a rivelare tutto. Il resto preferiamo lasciarlo all’immaginazione di chi ascolta.

Come si articola il vostro processo creativo?

Non abbiamo un metodo rigidamente definito. Una canzone può nascere da un giro di chitarra, da una melodia, da un’intuizione ritmica o semplicemente da qualcosa che prende forma mentre suoniamo insieme. Generalmente partiamo da un’idea e cominciamo a lavorarci finché il brano non trova una propria direzione.

Anche se oggi viviamo in città diverse, la tecnologia ci permette di lavorare a distanza fin dalle prime fasi della composizione. Grazie anche all’home recording possiamo sviluppare le idee, realizzare le prime versioni embrionali dei brani e scambiarci materiale su cui intervenire progressivamente. A questo si aggiunge una sala regia molto attrezzata che abbiamo ricavato nell’appartamento di Salvo, dove lavoriamo anche al missaggio e al mastering.

Dopo aver maturato esperienze in diversi studi di registrazione, ormai da molti anni abbiamo scelto di occuparci direttamente delle registrazioni dei nostri dischi. Una scelta che nel tempo si è estesa anche alla produzione, sia sotto il profilo artistico e tecnico sia per quanto riguarda gli aspetti materiali e organizzativi della band. È un impegno considerevole, ma ci garantisce una libertà creativa alla quale difficilmente sapremmo rinunciare.

Dopo oltre vent’anni abbiamo inoltre sviluppato una sorta di linguaggio comune. A volte bastano pochi accordi, uno sguardo o un cambiamento di dinamica per capire dove vogliamo arrivare. Cerchiamo soprattutto di mettere gli strumenti al servizio delle canzoni, e non il contrario. Con gli anni abbiamo imparato che spesso togliere qualcosa è molto più difficile, e molto più utile, che aggiungerla.

Con chi vi piacerebbe collaborare?

Di nomi ne avremmo parecchi, naturalmente. Ma abbiamo una nostra piccola superstizione: quando si cominciano a pronunciare i desideri ad alta voce, si corre il rischio di trasformarli in possibili fallimenti. Preferiamo tenerceli stretti, almeno per il momento.

In fondo, i sogni hanno anche bisogno di una certa riservatezza. Se un giorno qualcuno di questi dovesse realizzarsi, saremo ben felici di raccontarvi come è andata.

Prossimi passi? Cosa dobbiamo aspettarci dai POSH?

In questo momento siamo concentrati sulla promozione di Choke on Your Secrets, un disco al quale teniamo particolarmente e che vogliamo portare il più possibile in giro.

Il prossimo 30 dicembre lo presenteremo anche in vinile, con un concerto al Sonica di Siracusa. Sarà un’occasione speciale, perché siamo cresciuti in un’epoca in cui un disco era anche un oggetto da tenere tra le mani, da sfogliare, da ascoltare dall’inizio alla fine. Ritrovare quella dimensione, oggi, ha per noi un significato particolare.

Nel frattempo stiamo lavorando alla programmazione dei concerti del 2027, con l’obiettivo di portare la nostra musica anche oltre i confini italiani e raggiungere un pubblico nuovo.

Non abbiamo mai avuto particolare interesse per i grandi proclami. Preferiamo lasciare che siano le canzoni e i concerti a parlare per noi. Dopo più di vent’anni siamo ancora qui, con la stessa voglia di suonare che avevamo da ragazzini. E, a pensarci bene, non è affatto poco.

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Foto di gruppo band POSH Choke on Your Secrets
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